Piccole foglie

Posted by Blume on May 5th, 2011

Piccole foglie d’alberi al sole.
Cortile giallo.

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Brahms

Posted by Blume on May 4th, 2011

Brahms. Mi trascina il suono del suo violino che ascolto, corda fine e ruvida che fa vedere boschi, mille alberi e mille passi di prato. Tutto lontano.

Serbatoio notturno

Posted by Blume on May 3rd, 2011

Serbatoio notturno in mezzo a strade
che salgono a scalini alti
troppe voci ritornano, salgono dentro
e picchiano sbattono picchiano.

Ecco l’aria

Posted by Blume on May 2nd, 2011

Ecco l’aria, l’aria che diventa notte
e poi assalta barche e carovane
e motori di volo. L’aria che porta luce,
finestra di balcone sporco
di sabbia terra foglie carte birra.
Eravamo qui, in quel tempo allora
infelice. Eravamo. Siamo. Sempre siamo.

Vetro

Posted by Blume on April 23rd, 2011

Panni bianchi sui piedi e solo una camicia.
Muri bianchi, acqua di vetro.
Fuori la pioggia.
Dentro nessun fuoco, solo una sedia.

I cani

Posted by Blume on April 23rd, 2011

Sottomessi e feroci, i cani abbaiano a voce continua.
Sono cani i pensieri in ricerca.
Sono odore di denti e di pelo.
I cani veloci sulla terra di notte.

Bianca tazza

Posted by Blume on May 29th, 2008

Cambiò tazza nell’ultimo momento. Una più alta e bianca avrebbe contenuto caffè per tutta l’ora e la durata della sua lettura. Bianca tazza e nero caffè, pronto sul tavolo come tazza di vita che scalda, profuma, sveglia.
Quella scelta lo rialzò nell’orgoglio e lo tenne allegro per cinque giorni, perché il sesto giorno Lubjema morì. Lubjema era la domestica di Lubiana.

Sandra, il sonno

Posted by Blume on May 29th, 2008

Sandra si svegliò qualche minuto dopo; si capiva dagli occhi, un po’ aperti, e con la mano si aggiustava i capelli, la frangetta sulla fronte. Aveva detto così:
- Io ho sonno, mi addormento, tu non andare via, siediti e guardami. Non ho freddo, non voglio coperte, la gonna mi basta. Stai qui.
E ancora:
- Questo strano sonno è un telo di plastica che mi avvolge. Continuo a dormire, sempre, anche quando mi capitava di parlare con qualcuno; perché qualcosa di me se ne sta da qualche altra parte, addormentata, beatamente assente. Da un’altra parte, e io so dire dove. Questo sonno mi fa scendere dentro un ascensore lungo e io di scendere ho grande bisogno.

Il corpo era ingrossato sulla destra, lungo il fianco e la gamba e anche il piede rompeva la scarpa; pure la manica s’era scucita, per quanto la giacca fosse nuova e larga ed era bella appoggiata sul tavolo accanto al cappello. La gonna invece Sandra la buttava sul fondo del letto, anche per tutta la notte, sempre la stessa gonna, e sopra, la sera, vi posava anche le due lunghe calze.
- Ho spento la luce e mi son messa sotto le coperte. Però non ho dormito, c’erano troppe persone che parlavano, non è stata colpa mia, loro parlavano e io li volevo zitti, io volevo tappare la bocca, io non volevo avere le mie orecchie e anche il naso respirava tanta aria, troppa, troppe voci sotto le coperte e l’aria mi portava rumori che non volevo. Volevo alzarmi, mi sono alzata. È stato così: non capivo perché ero in piedi e mi sono innervosita di più. – Oppure,  sentivo dentro bisce d’acqua piccole e magre; o formiche, sabbia mista a polvere come quando i muratori non puliscono dove hanno lavorato. Anzi, questa sabbia mista a polvere era appiccicata al collo, al torace, alla pancia, alle gambe e fino in fondo fra le dita dei piedi. Mi buttavo a letto e non mi alzavo più. Questa cosa mi faceva non proprio un verme e nemmeno un lombrico, piuttosto una farfalla notturna attaccata a un muro senza volo né colori. Nel pomeriggio mi appiccicavo al letto, e lì solo stavo, aspettando, grattandomi, dormendo appena e risvegliandomi al più piccolo rumore, mi giravo a destra e a sinistra, la testa sotto il cuscino o il cuscino buttavo via in fondo al letto, le coperte che cadevano, le lenzuola. Mi sentivo una farfalla che se la sposti dal muro cade per terra e poi la calpestano. Tutto cresce – mi dicevo -, rammollisce, cambia forma. E se mi alzo dal letto e vado nelle altre stanze, allora cado per terra.
Mi guardava per vedere se ascoltavo.
- Durante quei giorni osservai la sonnolenza e cominciai a volerle bene, senza più innervosirmi né spaventarmi; le volevo bene e semplicemente mi sdraiavo da qualche parte, lasciavo che il sonno scorresse via, latte caldo sul suo corpo. Latte giallo e molto zucchero, latte versato da una pentola grossa sul letto dove s’era coricato o sul pavimento dove camminavo, sempre come un asino pigro. E la mia testa era priva di pensieri e memoria: Un barattolo di marmellata svuotato, mi dicevo.

Si fermò, avrebbe voluto bere, ma rimase lì e continuò.
- Due anni fa  cominciai a sentire sempre più sonno, anche di giorno. Voglia di dormire già di mattina e nel pomeriggio almeno stare seduto. Il sonno era dentro di me; pensavo proprio così: Il sonno mi scorre dentro le vene, su e giù, lentamente, su e giù per tutto il sistema nervoso, come in un impianto idraulico. Perché il sonno è liquido e quando circola io devo almeno sedermi e chiudere gli occhi. Se cammino mi scompongo e ho paura di essere preso in giro, nel senso che qualcuno se ne accorge che cammino dormendo. – Mi immaginavo dentro una stanza piccola e buia, che era una stanza con un letto piccolo, un angolo di castello fresco e arieggiato ma buio talmente che se apri gli occhi lo stesso non si vede niente. Il luogo giusto per mandar via il liquido del sonno che da tutte le parti mi scorreva e bloccava senza farmi fare più niente; lì dentro non mi sarei mosso, disteso a dormire, finché il liquido del sonno non mi dava fastidio fastidio.

Poi guardò la sedia.

Antonio mi disse

Posted by Blume on May 29th, 2008

Antonio mi disse un giorno, sedendosi accanto a me in cortile:
- Oggi ha piovuto dopo nove giorni di bella primavera, ma troppo alta, tutto molle e dolce è questa primavera, troppe le cose che crescono. Oggi ho passeggiato da solo e ho comprato un pacchetto di sigarette. Oggi ho comprato sei bottiglie d’acqua. Oggi ho comprato dodici uova fresche. Oggi ero per strada. Sopporto bene le giornate, sì. Io lavoro, io parlo con le persone, io mangio poco e ogni mattina ascolto la radio. E però la sera succede un movimento, un tac!, un movimento che mi sposta una manopola nella macchinetta del cuore, ed entra aria tiepida lì dentro, e io mi sento alleggerire, seppure sto seduto, e gli occhi non guardano da nessuna parte, e mi sento un altro, come fossi un mio cugino. Io ho nostalgia, mi agito e perdo tempo. E se mai mi calmo e mi rimetto in piedi, perfettamente a posto, sarà bene? Non lo so, non lo so. Tu lo sai. Io posso sapere solo questo: vorrei che Sandra o la Regina mi portassero via, che mi portassero là, là da qualche altra parte.
Rimase zitto per quattro minuti. Poi riprese:
- Verso sera il mio cuore è un biscotto nel caffelatte, così molle e sfatto che io non sento più nemmeno quanto è grande. No, non lo tiro fuori da quella melma. E vorrei piovesse ancora, per avere freddo, per cercarmi una coperta. E pure dico che il cuore non mi deve diventare così straccio e intendo il cuore vero, quello sotto le costole, e che le costole sono una gabbia stretta.
Volle offrirmi anche una sigaretta:
- Fuma. Oggi piove, ma non molto. Piove e non piove, fa vento e fa caldo. Ho appena fatto un po’ di pipì e mi è venuto da dire: il pensiero di Sandra mi rende bagnato, dentro, come se una volta fossi stato una pozzanghera. Tutto bagnato e tutto molle, polmoni di muschio, cuore di foglia in inverno, acqua rigagnola che va dappertutto. Oppure, di più: sono una stanza allagata dall’acqua del vicino, le pareti hanno immense carte umide e il pavimento ha bisogno di essere asciugato con stracci, giornali, secchi e segatura. Tu che cosa mi dici?

 Poi si alzò dalla sedia.

Wolf e Rossina

Posted by Blume on May 29th, 2008

Wolf non aveva molto da fare. Non aveva più sonno, da cinque settimane stava a letto e basta. Allora prese l’internet e cercò qualcosa di cui aveva sentito parlare. Trovò tutto, e arrivato dove voleva arrivare scrisse questo annuncio: “Toro robusto cerca farfallina dolce e labbra d’amore, offro i fiori più segreti”.
Passarono quattro minuti e meno di qualche secondo e la risposta diceva: “Io sono Rossina, valgo un incontro e la prima torta la offro io. Poi se saremo di reciproca bellezza ne parleremo, perché queste son questioni di delicata importanza. Io aspetto al Caffè del Gattopardo, terza stanza, quella azzurra, terzo tavolo, quello con lampada di carta bianca. Dimmi quando, rispondi adesso. Bacini Rossina”.
Wolf non credeva. Era stato così. Rispose soltanto: “Domani alle quattro e venti del pomeriggio. Baci Wolf”.
Si incontrarono al Caffè del Gattopardo.
La donna che si faceva chiamare Rossina, perché così di capelli e perché amante del grande Gioacchino, era già al tavolo di quella sala, ora invasa dal poco sole in mezzo alla pioggia di gennaio, fra una nuvola vecchia e una che s’affacciava. S’affacciava anche Rossina, che sembrava alla finestra, e fra le mani teneva un giornale che non leggeva.
Lo riconobbe subito, uguale alla foto.
“Intanto, auguri di buon anno, signor Wolf”.
“Buon anno a lei, signora Rossina”.
Rossina era donna del suo talento. Rossa anche negli occhi, allegra e gentile come l’apertura di una sinfonia, naso lunghetto e sottile, e rossa pure la bocca così come le belle guance.
“Non mi dica ‘signora’, ho appena trentadue anni. Fra poco un cameriere porterà una torta d’albicocca e banana. La mia adorata. L’ho ordinata anche per lei. Possiamo darci del tu?”.
“Grazie, sì, certo, la torta. Mi va bene, tu e la torta”.
Parlarono poco ma si guardarono a lungo, fermi e sorridenti, soddisfatti, certi. Lei disse al cameriere di non avvicinarsi più.
Si accordarono su tale proposta, da Rossina esposta, da Wolf accettata e nemmeno discussa: il primo incontro, come da promessa, offerto da Rossina; poi due incontri a prezzo pieno, ma da saldarsi in anticipo; quindi sarebbero seguiti cinque incontri al prezzo di quattro; dopo altri cinque al prezzo di tre e mezzo; a seguire altri cinque al prezzo di tre; e poi sempre cinque al prezzo di due e mezzo, e cinque al prezzo di due, poi cinque al prezzo d’uno e mezzo, e cinque al prezzo di uno e cinque al prezzo di mezzo, fino a cinque incontri al prezzo di nessuno. Per un totale di quarantotto incontri. Uno a settimana. Undici mesi. Quindi un anno meno un mese, ovvero con trenta giorni di pausa per poi, se il caso, ricominciare. Il secondo anno sarebbe costato un prezzo pari al cinquanta per cento dell’intero anno precedente. Al terzo anno la serie dei quarantotto incontri sarebbe costata la metà della metà, il venticinque per cento; il quarto il dodici virgola cinque per cento; il quinto il sei virgola venticinque per cento; il sesto quasi il tre per cento; il settimo poco più dell’uno e mezzo per cento; l’ottavo quasi lo zero virgola sette per cento; il nono quasi lo zero quattro per cento; il decimo quasi lo zero due per cento; l’undicesimo e il docidesimo quasi nulla. Oltre il dodicesimo anno, in ogni caso, non si sarebbero più incontrati.

Il cameriere ripassò, ma solo per portar via una sedia.