Ho perduto le sue frasi, non le trovo più, sono trasandato. Ricerco quelle frasi e cerco la minuscola ragazza; rivoglio le sue orecchie e i suoi occhi bruni. Almeno il tempo di una sigaretta, due sigarette, una io una lei. Ho necessità di parlare bene. Ho necessità di ritrovare quelle frasi. Oppure le ripenso daccapo – daccapo, come in musica.
Ogni frase è una freccia, tirata dall’arco e scagliata, ben mirata e scoccata, scagliata a precisione verso un ramo, dentro una foglia – ecco, questa cosa non è detta bene.
La minuscola ragazza mi trascina da qualche parte, penso, mi spinge all’ingresso di una boscaglia non più scura, né fitta, tutt’altro che selvaggia; io vedo questo: un circolo di piante basse e fogliose, tronchetti storti e in parte fioriti, la terra su cui crescono è bianca e le foglie sono rosse, rosse come buccia di arancia matura. Oppure sono anch’esse bianche, ma come neve sporca, e sono umide e vaporose, forse diverranno fango.
Ho telefonato ancora alla minuscola ragazza, in questi giorni dovrebbe essere nuovamente a casa sua, eppure non ho mai risposta. Le scrivo un telegramma: “Urgente devo almeno un giorno nuotare nella tua anima, che è una grande musica per orchestra”. Capirebbe, certamente.
Ho telefonato ogni giorno alla minuscola ragazza negli ultimi giorni, tutti i giorni, credo, mattino e pomeriggio, e non la trovo mai, non trovo nemmeno i genitori né i fratelli.
Non le ho scritto il telegramma. Ho pensato che le spedirò questo: “Urgente almeno un giorno seduti su una coperta al parco oppure a bere birra in un bar, e sempre parlare”. Capirebbe. E dopo, se mi risponderà, allora ci sarà tutt’altro da capire. E devo averne coraggio. E ci vuole un salto, seppure abbia io paura dei trampoli, da sempre. E allora faccio che chiudo gli occhi.
Chiudo gli occhi e ricomincio daccapo, davvero daccapo.
E poi tutto si trasforma in un silenzioso campo di neve, la neve copre anche gli alberi e tutti i ferri sparsi in giro, la neve che assorda e culla il dolore. – Ho dolore, perché sotto quella neve c’è una voce che non si sta mai zitta. E non è facile.
Però ho iniziato a sognarla. Ho fatto questo sogno, ma non era un sogno, era diverso da un sogno, perché io non dormivo, nemmeno sdraiato in dormiveglia, né buttato stanco in macchina o altre cose. Stavo bevendo un caffè. Lo chiamo sogno perché sogno è la parola che tutti capiscono. – Stavo bevendo il caffè e c’era la minuscola ragaza. Fuori pioveva acqua colore del vino, ed era vino quando l’abbiamo assaggiato. Fuori per strada sull’asfalto un fiume appena rosso appena viola, il sapore leggero dell’uva, succo della frutta in lavelli e bottiglie, secchi lasciati e rovesciati nel marciapiedi. E vino anche dentro le aiuole e sul prato.
Io e la minuscola ragazza uscimmo.
- Io ho solo un paio di sandaletti estivi, – disse lei.
- Io invece indosso l’unico paio di scarpe che posseggo. E’ da un anno che non compro scarpe nuove.
- Allora usciamo scalzi, senza scarpe e senza calze, arrotoliano i calzoni fino al ginocchio.
Poi questo sogno, che sogno non era, finì. E io rimasi appoggiato alla sedia.
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