Antonio

Posted by Blume on May 29th, 2008

Antonio è con me davanti a un negozio di scarpe.
- Conosci Sandra? Gli chiedo. E lui:
- Sandra, sì, siamo stati fidanzati per due giorni, abbiamo iniziato alle sei di mattina e terminato alle undici di sera del giorno dopo. Ma non distrarmi.
- Raccontami di Sandra.
- Ti racconto, ti racconto. Il secondo giorno del nostro bel fisanzamento mi dice: “Raccoglimi, ho bisogno di fare la pipì e ci devi essere tu. Ho bisogno di uno che mi tenga il braccio, mentre io piego le gambe”. L’urina era bianca, poco trasparente, come orzata, e io mi spaventai. Lei invece sorrideva, contenta, rideva perché avevo la faccia spaventata e la sua faccia rideva e diceva: “Tutti che si preoccupano, la mia pipì è come la neve, se la tocchi è fredda”. Ti basta come racconto?

Poi cercò una sedia dentro il negozio.

Canzoni

Posted by Blume on May 29th, 2008

Si cominciava ogni sera a cantare, uno ad uno per il turno di tutti e fino a quando si smetteva per bere. C’era chi s’alzava e  interrrompeva la canzone. Si alzava, si toglieva la giacca oppure il maglione e tirava su la manica della camicia, e si metteva solo davanti a tutti, apriva la bottiglia e con l’altra mano passava il bicchiere, riempiva i bicchieri.
Poi la canzone riprendeva, se uno cominciava dal flauto e un altro si metteva a lavare bottiglie e bicchieri.

(Io e Sandra, due anime sole. Io e Sandra ascoltavamo, vestiti leggeri nell’inverno improvviso della nuova città. Sempre in bicicletta, grandi sforzi sulle gambe, occhi aperti al paesaggio, il fiato fatto di fischi e di tosse. – E scendavamo nuovamente verso la pianura, adagio il piede dentro scarpe larghe, calze di grossa lana e le unghie gialle per il troppo liquore bevuto. E poi la canzone. Poi fermi e   seduti per tutta l’ora sotto alberi e sopra i sassi, accanto all’acqua, davanti alla stanchezza bianca della notte.)

 Poi la sedia si mosse.
 

Marella

Posted by Blume on May 29th, 2008

Marella stasera mi ferma e mi parla, anche se ancora mangiavo la frutta, ma ero alzato da tavola. Mi parla. Parlando passeggia. Cammina e si ferma. Mi parla ma io mi distraggo, non so seguire.
- Ho avuto gli occhi rotondi, sai, un tempo, più rotondi di adesso, più rotondi del mare.
Marella ha un orecchino bianco.
- Come ti parlo ti sputo ogni volta un pezzo d’acqua dura, oppure un vapore caldo e bruciato, come fiammifero, come scarpa usata, come mano stanca, come il sudore di un piccolo bimbo.

Poi si guarda e mi porta una sedia.

 

 

Regina

Posted by Blume on May 29th, 2008

Mi erano sparsi alcuni giornali per il marciapiedi, voltando dietro il portone accanto al palazzo della via più grande. Lì abitava Regina, che dormiva nel salotto, ogni notte, fino al mattino sul divano, quando pochi minuti prima delle sei e trenta era svegliata dalla prima persona che arrivava. In cucina un pacco di biscotti a vaniglia aperto accanto al litro di latte bianco freddo messo dentro la bottiglia. Regina beveva anche l’acqua.

Era sposata da otto mesi e da tre settimane il marito non ritornava più a casa, già l’aveva abbandonata.

Una settimana addietro le scorreva inchiostro blu sul polso sinistro, una penna biro rotta in tasca e ora la sporcava e la disegnava; Regina provava a togliere l’inchiostro ma invece lo spargeva senza cercare né acqua né sapone. Per un momento le passò per la testa di appiccicarvi sopra un pezzo di carta assorbente, ma non aveva carta assorbente e vi appoggiò sopra un fazzoletto di carta e così rimase. Regina si sedette. Non voleva arrabbiarsi. Non voleva parlare, la sua voce sarebbe stata brutta. Guardava i vetri anch’essi sporchi della finestra.

Nelle ultime due settimane aveva imparato a mangiare un tipo di formaggio molle avvolto in carta sottile, la buccia anch’essa morbida, e la Regina la mangiava intera, un sapore di latte duro. Regina mangiava il formaggio solo la mattina, con il caffelatte, con il pane e un poco di miele sopra.

 Poi mi chiese se avevo una sedia.

L’ascensore

Posted by Blume on May 29th, 2008

Stava per salire le scale, lui che abitava al primo piano. Ma appena appoggiato il piede destro sul secondo gradino, dentro quel piede sentì una puntura netta e filata, come d’un chiodo di cristallo freddo, che lo bloccò per l’intero sistema nervoso e perfino nel cervello si mosse qualcosa. Non poteva salire oltre, nemmeno al terzo gradino arrivava. Allora si trascinò fino alla porta dell’ascensore lottando su quel dolore sempre intenso e alzò il braccio a schiacciare il bottone di chiamata.
Ma una corda con cappio scese a piombo dall’ultimo piano, il sedicesimo, e il cappio lo prese al collo, gli imbutò la gola e si strinse e strinse, e risalì nell’alto, risucchiato e rapido così com’era arrivato, lo strascinò fin lassù, lasciandolo appeso e impiccato.

Domenico Scrinsciolli – l’abitante al primo piano, cinquantasette anni, architetto, vedovo, una figlia studentessa al terzo anno di agraria, misero conto in banca eppure proprietario di una baita al mare e un palazzotto in montagna, uno che guidava piano come fosse in biclicletta – lo Scrinsciolli lassù fra gli ingranaggi dell’ascensore vi rimase un mese e qualche giorno, fino a quando la corda si sciolse e lo fece nuovamente volare, giù in fondo sul marmo dell’atrio, un botto, una fracasso, davanti alla stessa porta d’ascensore, sfasciato e sfatto, spaccato nella testa e nelle gambe.
Tutti subito notarono il curioso particolare: non aveva più le scarpe.

Fu per questo che lo portarono accanto a una sedia.

Il tre di aprile

Posted by Blume on May 29th, 2008

La notte del tre di aprile di un anno abbastanza lontano – ma l’anno è poco importante, perché Goffredo Pelicioti, un signore di ora circa settantaquattro anni, per molti anni bidello nell’Istituto Tecnico delle Arti Artigianali e Regionali, la scuola dove anche sua figlia Margherita prima studiò e poi insegnò, con molti anni di sacrifici del padre, perché Goffredo Pelicioti non solo portava in casa l’unico stipendio da bidello, ma anche molti debiti che lo assillavano per via di acquisti che ora non interessano, in ogni caso acquisti che gli procurarono debiti e debiti, tipo mutuo e forse anche usurai, chi lo sa, e quelle erano spese che l’avevano indotto al gioco, prima solo il lotto e la schedina, poi l’azzardo e le carte, e nel gioco aveva più perso che guadagnato e così, arrivata Margherita a diciannove anni, anche lei voleva studiare Lettere antiche e Lettere di oggi, Letteratura e Analisi, per quattro anni e un anno di tesi quindi cinque lunghi anni che Goffredo Pelicioti si sgobbò mangiando poco e lavorando la notte come portinaio d’hotel, e aveva lavorato fino a quella notte del tre di aprile che lo trovarono da poco morto ma seduto sui gradini della Chiesa Madre del paese. Morto e basta, non ammazzato. Seduto come a dormire – per darvi l’idea – ma dormiva nell’altro mondo.

 Poi la sedia fu spostata.

 

 

Bilì

Posted by Blume on May 29th, 2008

Il primo giorno Bilì mangiò poco, solo pezzetti di pane e di pesce, sulla tavola ancora sporca, appoggiando il cibo su un piatto. Erano i giorni del caldo. Prima della sua più splendida azione occorreva dare alla mente riposo e forza, distensione, riflessione, aria.

Il secondo e il terzo giorno fece bollire nell’enorme tegame d’acqua ogni tipo d’erba e di pianta, unita a sale e aceto di mela fresca, lasciando evaporare e rapprendere, e infine raffreddare alla finestra nella notte. Un bicchiere di latte e ghiaccio dava sollievo.

Al mattino seguente cambiò tazza nell’ultimo momento. Una più alta e bianca avrebbe contenuto caffè per tutta l’ora e la durata della sua riflessione. Bianca tazza e nero caffè, pronto sul tavolo come tazza di vita che scalda, profuma, sveglia.

Quella scelta lo rialzò nell’orgoglio e lo tenne allegro per altri giorni, finché ritornò a dormire.

Accanto al letto ripose la sedia. 

 

Salvo

Posted by Blume on May 29th, 2008

Il giorno che mi partorì, mia madre aveva trentanove anni. Molti anni, forse, a quell’epoca di ragazzine madri e di nonne trentenni.

Fu per questo o non per questo che io venni al mondo già morto agli occhi di tutti. Viola. Zitto e fermo, freddo come un pesce al mercato. Viola e trasparente, con il sangue ingorgato ma gonfio. Così dicono le storie di famiglia. E dicono che il medico e la signora levatrice avevano dato rassegnazione a tutti: il bambino è nato ma non vive.

Mi salvò lo sguardo attento e fisso di mio padre, sguardo bloccato, forse disperato, ma fisso e fissato come solo la malinconia ti fa stare. Se si fosse messo a piangere, e magari gli occhi lo annebbiavano, o se usciva per strada o sul balcore a fumare dalla rabbia, se mio padre che già a quel tempo ingrassava per depressione e tristezza siciliana non m’avesse guardato così a lungo, così dolcemente smarrito, nessuno avrebbe visto mai che quel pezzo di carne viola aveva mosso, appena appena, le labbra. Una cosa da poco, come la debole spinta di una foglia nuova in primavera. Un’apertura da niente. Un piccolo sforzo per chiamare l’aria.

Cosa avrà gridato mio padre? Qualcosa come “È vivo!”. Con una bestemmia o senza, fate voi. “Dottore, dottore, non è morto!”. E forse qui la bestemmia ce l’ha messa. “È un miracolo!”. E tutti passarono dal pianto alla speranza. “È salvo! È salvo!”.

Le storie di famiglia dicono poi che per svegliarmi e smarinarmi e farmi vivere davvero e del tutto mi presero a schiaffi e mi tuffarono nell’acqua, fredda o calda, che ne so. Però mi sbagliarono il nome. Ero Salvo, ma le pigre abitudini siciliane fecero sì che in ricordo di quel miracolo il nome che a tutti venne in mente fosse Salvatore. L’Oggetto diventò Soggetto. Il contrario, tutto al contrario.

La minuscola ragazza

Posted by Blume on May 29th, 2008

Ho perduto le sue frasi, non le trovo più, sono trasandato. Ricerco quelle frasi e cerco la minuscola ragazza; rivoglio le sue orecchie e i suoi occhi bruni. Almeno il tempo di una sigaretta, due sigarette, una io una lei. Ho necessità di parlare bene. Ho necessità di ritrovare quelle frasi. Oppure le ripenso daccapo – daccapo, come in musica.

Ogni frase è una freccia, tirata dall’arco e scagliata, ben mirata e scoccata, scagliata a precisione verso un ramo, dentro una foglia – ecco, questa cosa non è detta bene.

La minuscola ragazza mi trascina da qualche parte, penso, mi spinge all’ingresso di una boscaglia non più scura, né fitta, tutt’altro che selvaggia; io vedo questo: un circolo di piante basse e fogliose, tronchetti storti e in parte fioriti, la terra su cui crescono è bianca e le foglie sono rosse, rosse come buccia di arancia matura. Oppure sono anch’esse bianche, ma come neve sporca, e sono umide e vaporose, forse diverranno fango.

Ho telefonato ancora alla minuscola ragazza, in questi giorni dovrebbe essere nuovamente a casa sua, eppure non ho mai risposta. Le scrivo un telegramma: “Urgente devo almeno un giorno nuotare nella tua anima, che è una grande musica per orchestra”. Capirebbe, certamente.

Ho telefonato ogni giorno alla minuscola ragazza negli ultimi giorni, tutti i giorni, credo, mattino e pomeriggio, e non la trovo mai, non trovo nemmeno i genitori né i fratelli.

Non le ho scritto il telegramma. Ho pensato che le spedirò questo: “Urgente almeno un giorno seduti su una coperta al parco oppure a bere birra in un bar, e sempre parlare”. Capirebbe. E dopo, se mi risponderà, allora ci sarà tutt’altro da capire. E devo averne coraggio. E ci vuole un salto, seppure abbia io paura dei trampoli, da sempre. E allora faccio che chiudo gli occhi.

Chiudo gli occhi e ricomincio daccapo, davvero daccapo.

E poi tutto si trasforma in un silenzioso campo di neve, la neve copre anche gli alberi e tutti i ferri sparsi in giro, la neve che assorda e culla il dolore. – Ho dolore, perché sotto quella neve c’è una voce che non si sta mai zitta. E non è facile.

Però ho iniziato a sognarla. Ho fatto questo sogno, ma non era un sogno, era diverso da un sogno, perché io non dormivo, nemmeno sdraiato in dormiveglia, né buttato stanco in macchina o altre cose. Stavo bevendo un caffè. Lo chiamo sogno perché sogno è la parola che tutti capiscono. – Stavo bevendo il caffè e c’era la minuscola ragaza. Fuori pioveva acqua colore del vino, ed era vino quando l’abbiamo assaggiato. Fuori per strada sull’asfalto un fiume appena rosso appena viola, il sapore leggero dell’uva, succo della frutta in lavelli e bottiglie, secchi lasciati e rovesciati nel marciapiedi. E vino anche dentro le aiuole e sul prato.

Io e la minuscola ragazza uscimmo.

- Io ho solo un paio di sandaletti estivi, – disse lei.

- Io invece indosso l’unico paio di scarpe che posseggo. E’ da un anno che non compro scarpe nuove.

- Allora usciamo scalzi, senza scarpe e senza calze, arrotoliano i calzoni fino al ginocchio.

Poi questo sogno, che sogno non era, finì. E io rimasi appoggiato alla sedia.

 

Lubjema

Posted by Blume on May 29th, 2008

Lubjema fu il suo ultimo amore, ragazza dai capelli come cenere d’erba, lucenti nell’aria del giorno e soffici fra le sue dita la notte, ragazza cieca. Lubjema la conobbe al circo, nel piazzale di fronte alla grande tenda. Un’informazione. Dove posso prendere l’autobus, da quale marciapiede, chiedeva lei a ogni passante. Quindi un passaggio fino a casa. Lo incuriosiva una vita senza immagini, al buio delle apparenze, la pelle che s’appoggia a contatti e sensazioni, affetti e amori.

Lubjema gli aveva accarezzato il braccio, mentre saliva al suo terzo piano, e lo aveva pregato di tornare a trovarla. Sono sola, sono benvenuta nella tua esistenza.

Lubjema lo sposò e gli promise di raccontargli ogni giorno di tutto ciò che non aveva forma, ma solo la forza della materia: “Io so che cosa è l’acqua, io so che cosa è la pietra del pavimento, io so che cos’è una lana e una seta e il cammino di una corda, io so che cosa sono le carte, il profumo dell’inchiostro e il rumore delle mura. Io conosco il sapore”.